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Prostituzione a Milano, il racket delle nuove «case chiuse» tra degrado e Aids: «Così mi vendo per mia figlia»
L’incrocio tra il controviale di viale Fulvio Testi (affollato di trans e automobilisti che rallentano e contrattano) e via San Glicerio è il più conteso dai protettori delle sudamericane che non si affidano agli annunci ma stazionano prima in strada. La «piazza» costa ogni sera 50 euro. È occupata da una brasiliana. Questa periferia Nord ha anche una bassa percentuale di donne dell’Est Europa. In Fulvio Testi, una vede i lampeggianti e scappa: «Avevo il terrore che ci fossero le telecamere e finissi al telegiornale. Sono romena, ho 53 anni, faccio la badante part-time per mille euro scarsi che non bastano. A Bucarest c’è la mia bimba, mia figlia, l’unica ragione di vita; frequenta l’università e mi servono soldi da mandarle». A volte le romene riescono a evitare di sottostare a un protettore. Non è così per una connazionale ventenne, ferma in viale Sarca. Non vuole parlare, ma dinanzi all’insistenza dei poliziotti dice e non dice: «Qualche giorno fa sono arrivati degli albanesi, hanno ordinato che devo sparire, mi hanno minacciata. No, dottore, mai visti prima. Descriverli? Su dottore, dai, non li ricordo...». A cento metri, nella pensilina del bus, c’è un’albanese. Delicata e giovanissima, le ballerine e una gonna colorata in tinta con un giacchettino. Si dice che ci sia la coda, gente che mette le quattro frecce e attende un’ora, altra gente che parcheggia e s’aggira a piedi nei paraggi per prenotare. Viene identificata e raggiunge un baracchino di panini in via Chiese. Il proprietario non ha i permessi: è multato e invitato a sparire. Dal buio si muove una donna, avvicina l’albanese, le appoggia un braccio sulle spalle: «Vieni». È la sentinella del clan. Da lontano pare un’anonima passante, e invece gli occhi sono puro veleno e i movimenti furtivi quelli di un letale balordo.
Prostituzione a Milano, il racket delle nuove «case chiuse» tra degrado e Aids: «Così mi vendo per mia figlia»
L’incrocio tra il controviale di viale Fulvio Testi (affollato di trans e automobilisti che rallentano e contrattano) e via San Glicerio è il più conteso dai protettori delle sudamericane che non si affidano agli annunci ma stazionano prima in strada. La «piazza» costa ogni sera 50 euro. È occupata da una brasiliana. Questa periferia Nord ha anche una bassa percentuale di donne dell’Est Europa. In Fulvio Testi, una vede i lampeggianti e scappa: «Avevo il terrore che ci fossero le telecamere e finissi al telegiornale. Sono romena, ho 53 anni, faccio la badante part-time per mille euro scarsi che non bastano. A Bucarest c’è la mia bimba, mia figlia, l’unica ragione di vita; frequenta l’università e mi servono soldi da mandarle». A volte le romene riescono a evitare di sottostare a un protettore. Non è così per una connazionale ventenne, ferma in viale Sarca. Non vuole parlare, ma dinanzi all’insistenza dei poliziotti dice e non dice: «Qualche giorno fa sono arrivati degli albanesi, hanno ordinato che devo sparire, mi hanno minacciata. No, dottore, mai visti prima. Descriverli? Su dottore, dai, non li ricordo...». A cento metri, nella pensilina del bus, c’è un’albanese. Delicata e giovanissima, le ballerine e una gonna colorata in tinta con un giacchettino. Si dice che ci sia la coda, gente che mette le quattro frecce e attende un’ora, altra gente che parcheggia e s’aggira a piedi nei paraggi per prenotare. Viene identificata e raggiunge un baracchino di panini in via Chiese. Il proprietario non ha i permessi: è multato e invitato a sparire. Dal buio si muove una donna, avvicina l’albanese, le appoggia un braccio sulle spalle: «Vieni». È la sentinella del clan. Da lontano pare un’anonima passante, e invece gli occhi sono puro veleno e i movimenti furtivi quelli di un letale balordo.