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Parto da Osaka per una gita verso Himeji, al ritorno mi sono fermato in questa cittadina, dopo aver visitato il bellissimo castello, con l’intento di fare 2 cose:
Provare la carne di Kobe (esperienza che magari tratterò in altre pagine) e visitare un pink salon.
Spinto dalla curiosità, e dal racconto fatto in queste pagine dal Dr Axxx, mi dirigo verso la location indicata dal collega, e vengo gentilmente respinto alla porta con un breve ma efficace “Only Japanese”.
Demotivato e affamato, decido di passare al pasto che tanto avevo ambito e che avevo inserito nel piano del giorno, e ne esco soddisfatto e ringalluzzito come non mai, pensando che la decisione di mangiare la carne di Kobe, a Kobe, fosse un’intuizione davvero geniale
.
Mi accorgo che nella zona della Red Room ci sono altri posti con questi strani cartelli, dove l’unica cosa che si riesce a capire è che il tempo è denaro: al crescere dei minuti, la tariffa aumenta.
Ci sono diverse varianti nelle insegne e nei cartelli vicino alla porta: si passa da nomi tipo fashion club, sexy bar, senza alcun accenno al tema del locale, ad altri che espongono le foto in intimo delle ragazze, tanto che la mia idea su cosa si possa trovare all’interno resta abbastanza confusa, con l'idea predominante di fregatura.
Ricevo la stessa risposta da altri 3-4 locali, ma forte dell’euforia della carne di Kobe non demordo, e finalmente giungo al Pinks (si trova nella zona di Sannomiya, vicino alla stazione dei treni), dove mi fanno accomodare su un divanetto, nell’ingresso.
Dopo una breve intervista in inglese, pago la tariffa richiesta (30 min per 8000 yen se non erro), e il tizio mi dice che posso entrare e che arriverà una ragazza che parla anche inglese.
Non faccio domande, non voglio essere inopportuno, voglio solo sapere cosa c’è dentro e cosa succederà.
L’arredamento interno è disposto come una sorta di vagone del treno, di quelli con le porte scorrevoli e il lungo corridoio con i finestrini, abbastanza illuminato solo tra i divanetti, che sono messi in modo da dare le spalle al proprio vicino.
Mi siedo, davanti ho un tavolino con qualche depliant illeggibile per me, una bottiglia d’acqua e un bicchiere, e sotto c’è un cestino dove mettere una borsa o cose simili.
Passano alcuni minuti dove non so cosa aspettarmi, non sento rumori strani, solo una musica soffusa.
Capisco che il mio cervello non accetta che ci siano posti come questo, e che mi è capitato uno di quelli in cui mi toccherà pagare ancora per stare a bere con una che parlerà in modo incomprensibile.
Arriva questa ragazza, davvero carina e piuttosto giovane (sui 23-25 anni) capelli biondi, sorridente, amichevole, si chiama Sayaka.
Mi chiede se voglio da bere, mi offre alcune opzioni, e scelgo un normale tè verde.
La cosa procede in stile GFE, parliamo in inglese, che conosce bene perché ha vissuto in Australia, e mi racconta di essere stata in Italia.
Nella mia ingenuità/inesperienza, ho immaginato che per i giapponesi, la compagnia di queste ragazze riflettesse il prezzo del biglietto, per cui non faccio domande particolari o prendo iniziative, semplicemente mi rilasso, bevo il mio drink e chiacchieriamo, pensando che non ci sarebbe stato altro.
A posteriori, l’unica intuizione giusta che ho avuto, oltre a quella della carne, è che l’ingresso agli stranieri sia difficilmente consentito per evitare imbarazzi alle ragazze, per non poter comunicare con gli avventori.
Dopo circa 10 minuti (guardavo l’orologio perché non avevo dubbi sulla puntualità giapponese) la ragazza accorcia le distanze e si lancia in un bacio stile fidanzatina e infila la mano nei pantaloncini corti, risalendo la coscia.
Seguono sbottonamenti vari (anche suoi, nella parte superiore), pulizia, e pompino GFE (ovvero fatto bene, con calma, dove non cerca di battere i record di velocità).
Si lascia toccare senza problemi, ma lascio inserito il pilota automatico, facendo guidare lei e cercando di non superare i limiti del codice.
Servizio ottimo, e finale in bocca.
Seguono le pulizie di rito, la ragazza mi aiuta nel recuperare oggetti vari, mi ringrazia e saluta mentre si ritira nel corridoio.
Esco col sorriso, saluto l’uomo alla porta, ed è solo a questo punto che realizzo, un po’ come Neo in Matrix alla fine del film, che c’è un mondo nascosto di cui ignoravo l’esistenza.
Provare la carne di Kobe (esperienza che magari tratterò in altre pagine) e visitare un pink salon.
Spinto dalla curiosità, e dal racconto fatto in queste pagine dal Dr Axxx, mi dirigo verso la location indicata dal collega, e vengo gentilmente respinto alla porta con un breve ma efficace “Only Japanese”.
Demotivato e affamato, decido di passare al pasto che tanto avevo ambito e che avevo inserito nel piano del giorno, e ne esco soddisfatto e ringalluzzito come non mai, pensando che la decisione di mangiare la carne di Kobe, a Kobe, fosse un’intuizione davvero geniale
Mi accorgo che nella zona della Red Room ci sono altri posti con questi strani cartelli, dove l’unica cosa che si riesce a capire è che il tempo è denaro: al crescere dei minuti, la tariffa aumenta.
Ci sono diverse varianti nelle insegne e nei cartelli vicino alla porta: si passa da nomi tipo fashion club, sexy bar, senza alcun accenno al tema del locale, ad altri che espongono le foto in intimo delle ragazze, tanto che la mia idea su cosa si possa trovare all’interno resta abbastanza confusa, con l'idea predominante di fregatura.
Ricevo la stessa risposta da altri 3-4 locali, ma forte dell’euforia della carne di Kobe non demordo, e finalmente giungo al Pinks (si trova nella zona di Sannomiya, vicino alla stazione dei treni), dove mi fanno accomodare su un divanetto, nell’ingresso.
Dopo una breve intervista in inglese, pago la tariffa richiesta (30 min per 8000 yen se non erro), e il tizio mi dice che posso entrare e che arriverà una ragazza che parla anche inglese.
Non faccio domande, non voglio essere inopportuno, voglio solo sapere cosa c’è dentro e cosa succederà.
L’arredamento interno è disposto come una sorta di vagone del treno, di quelli con le porte scorrevoli e il lungo corridoio con i finestrini, abbastanza illuminato solo tra i divanetti, che sono messi in modo da dare le spalle al proprio vicino.
Mi siedo, davanti ho un tavolino con qualche depliant illeggibile per me, una bottiglia d’acqua e un bicchiere, e sotto c’è un cestino dove mettere una borsa o cose simili.
Passano alcuni minuti dove non so cosa aspettarmi, non sento rumori strani, solo una musica soffusa.
Capisco che il mio cervello non accetta che ci siano posti come questo, e che mi è capitato uno di quelli in cui mi toccherà pagare ancora per stare a bere con una che parlerà in modo incomprensibile.
Arriva questa ragazza, davvero carina e piuttosto giovane (sui 23-25 anni) capelli biondi, sorridente, amichevole, si chiama Sayaka.
Mi chiede se voglio da bere, mi offre alcune opzioni, e scelgo un normale tè verde.
La cosa procede in stile GFE, parliamo in inglese, che conosce bene perché ha vissuto in Australia, e mi racconta di essere stata in Italia.
Nella mia ingenuità/inesperienza, ho immaginato che per i giapponesi, la compagnia di queste ragazze riflettesse il prezzo del biglietto, per cui non faccio domande particolari o prendo iniziative, semplicemente mi rilasso, bevo il mio drink e chiacchieriamo, pensando che non ci sarebbe stato altro.
A posteriori, l’unica intuizione giusta che ho avuto, oltre a quella della carne, è che l’ingresso agli stranieri sia difficilmente consentito per evitare imbarazzi alle ragazze, per non poter comunicare con gli avventori.
Dopo circa 10 minuti (guardavo l’orologio perché non avevo dubbi sulla puntualità giapponese) la ragazza accorcia le distanze e si lancia in un bacio stile fidanzatina e infila la mano nei pantaloncini corti, risalendo la coscia.
Seguono sbottonamenti vari (anche suoi, nella parte superiore), pulizia, e pompino GFE (ovvero fatto bene, con calma, dove non cerca di battere i record di velocità).
Si lascia toccare senza problemi, ma lascio inserito il pilota automatico, facendo guidare lei e cercando di non superare i limiti del codice.
Servizio ottimo, e finale in bocca.
Seguono le pulizie di rito, la ragazza mi aiuta nel recuperare oggetti vari, mi ringrazia e saluta mentre si ritira nel corridoio.
Esco col sorriso, saluto l’uomo alla porta, ed è solo a questo punto che realizzo, un po’ come Neo in Matrix alla fine del film, che c’è un mondo nascosto di cui ignoravo l’esistenza.