PROLOGO UMIDO
Se soffrite di artrosi o andate di fretta, saltate questo prologo.
Esco a fare un giretto tanto per sgranchirmi le gambe, ma ho il presentimento che mi verrà voglia di sgranchire anche altro e prendo la bici per essere più rapido negli spostamenti in centro.
Quando sono ormai in sella noto che il cielo è un po’ coperto, ma non mi preoccupo: è così da ore.
Chiamo Paula che avevo in lista da tempo.
Risponde. Iniziamo a conversare e intanto scendono un paio di gocce dal cielo.
Scambio con lei qualche informazione logistica, mentre continuo a pedalare pacificamente.
Nel giro di pochi secondi però, dall’alto accendono gli effetti speciali e aprono il rubinetto principale: tuoni, fulmini e goccioline che diventano secchiate.
Con una mano sul manubrio e l’altra sul telefono, rischio di sfracellarmi, ma riesco a ripararmi sotto un portico.
L’effetto della tempesta (ormonale) è tale che fisso l’incontro dopo soli 10 minuti confidando in un improbabile cambio meteo.
Insieme a me, sotto il portico saremo in trenta: ciclisti, scooteristi, mamme con bambini e un discendente dei maya che legge nei fulmini un segnale della imminente fine del mondo.
Passano i minuti e la pioggia…aumenta: una cascata che i tombini non riescono a smaltire.
E mo’ che faccio? So bene i rischi di un ritardo in questi casi.
Guardo GoogleMaps sul cellulare per analizzare il percorso da fare.
Sarà moderno, sarà potente, ma gli manca l’opzione di percorso “in bici sotto i portici”.
Ok, vado a mente…mmmmhhh…dovrei fare circa 1 km allo scoperto. Posso farcela!
Stimo il tempo medio di inzuppamento: dovrei sentire l’acqua a contatto della pelle dopo 600 metri.
Intanto nessuno intorno a me si muove, neanche chi ha l’ombrello: ci sono fulmini a manetta e un muro d’acqua che anche le auto si stanno fermando in attesa che passi.
Purtroppo il tempo è scaduto: devo andare.
Memore di un recente post del Guru, grido “ ’n tu culo ai Maya”, salto in sella e, tra lo sguardo sbigottito di tutti i presenti, mi lancio in strada.
Faccio tre metri, solo tre metri, e invece di stare sopra il cielo come previsto da Moccia, il cielo mi casca in testa: sono già zuppo fradicio. Mai fare i calcoli di inzuppamento pensando alla gnocca!
200 metri dopo, ho scarpe piene d’acqua.
400 metri dopo, sento una sirena e mi guardo intorno alla ricerca dei lampeggianti. Li vedo sbucare da un curva davanti a me. Polizia, pompieri, ambulanza? No, è una motovedetta della guardia costiera che percorre i viali inseguendo uno scafista.
600 metri dopo, rinuncio al cappuccio che fa solo da freno aerodinamico e impedisce all’acqua di drenare lungo la schiena.
700 metri dopo, davanti alla stazione sollevo anche gli occhiali coperti d’acqua. Non vedo nulla e seguo le luci rosse che ho davanti. Spero solo che non sia il frecciarossa Bologna-Roma in partenza proprio a quell’ora.
800 metri dopo, intravedo il portico dove avevo previsto di infilarmi, ma ormai non serve a nulla e tiro dritto fino a destinazione.
Arrivo, scendo e parcheggio…allo scoperto. Con calma, sotto il diluvio. Quelli del bar di fronte mi guardano da dietro i vetri. Sembra che stiano scommettendo sulla probabilità che io mi becchi un fulmine.
Finalmente mi sposto al coperto sotto al portico. Cerco il cell per chiamare e mi rendo conto che era rimasto nella tasca posteriore dei pantaloni.
Lo estraggo, lo giro per far uscire l’acqua e chiamo.