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Anni fa ero una escort. Non lo dico con vergogna, ma con la consapevolezza di aver vissuto un capitolo intenso della mia vita. I miei incontri erano spesso soddisfacenti, costruiti su una fiducia reciproca che si creava nel tempo. I clienti che tornavano non cercavano solo compagnia, ma anche ascolto, complicità, immaginazione — elementi che io offrivo con naturalezza, perché facevano parte di me.
Ero fantasiosa, presente, attenta ai dettagli. Consideravo il mio lavoro una forma di professionalità: sapevo mettere a proprio agio, capire i desideri senza giudicare, e creare uno spazio in cui entrambi potessimo sentirci liberi. Non era solo un ruolo, era un impegno che prendevo sul serio, in cui davo tutta me stessa.
Essere pagata per le mie prestazioni era, in un certo senso, appagante: non solo per il compenso in sé, ma perché rappresentava un riconoscimento di ciò che offrivo e di chi ero. Spesso capitava che venissero persino a prendermi alla metro, magari mentre ero in giro per commissioni — piccoli gesti che raccontavano un’attenzione concreta, quasi quotidiana.
C’era anche un aspetto che consideravo un punto a favore: nella maggior parte dei casi non si permettevano di mancarmi di rispetto, nemmeno quando ci si trovava in situazioni più informali come in auto. Era chiaro che esistesse un confine, e veniva rispettato. Solo chi cercava di fare il furbo rompeva quell’equilibrio, e quei tipi non li ho mai sopportati.
Col tempo, alcuni di quei clienti sono scomparsi, portati via dalla vecchiaia. La loro assenza mi ha fatto riflettere su quanto, al di là delle etichette, si creino legami umani — fugaci forse, ma reali. Ognuno di loro ha lasciato una traccia, un ricordo, una storia intrecciata alla mia.
Oggi guardo a quel periodo senza rimpianti. È stato parte di ciò che sono diventata: una persona che ha conosciuto molte sfumature dell’animo umano, che ha imparato a osservare, ad accogliere e, soprattutto, a vivere senza nascondersi.
Ero fantasiosa, presente, attenta ai dettagli. Consideravo il mio lavoro una forma di professionalità: sapevo mettere a proprio agio, capire i desideri senza giudicare, e creare uno spazio in cui entrambi potessimo sentirci liberi. Non era solo un ruolo, era un impegno che prendevo sul serio, in cui davo tutta me stessa.
Essere pagata per le mie prestazioni era, in un certo senso, appagante: non solo per il compenso in sé, ma perché rappresentava un riconoscimento di ciò che offrivo e di chi ero. Spesso capitava che venissero persino a prendermi alla metro, magari mentre ero in giro per commissioni — piccoli gesti che raccontavano un’attenzione concreta, quasi quotidiana.
C’era anche un aspetto che consideravo un punto a favore: nella maggior parte dei casi non si permettevano di mancarmi di rispetto, nemmeno quando ci si trovava in situazioni più informali come in auto. Era chiaro che esistesse un confine, e veniva rispettato. Solo chi cercava di fare il furbo rompeva quell’equilibrio, e quei tipi non li ho mai sopportati.
Col tempo, alcuni di quei clienti sono scomparsi, portati via dalla vecchiaia. La loro assenza mi ha fatto riflettere su quanto, al di là delle etichette, si creino legami umani — fugaci forse, ma reali. Ognuno di loro ha lasciato una traccia, un ricordo, una storia intrecciata alla mia.
Oggi guardo a quel periodo senza rimpianti. È stato parte di ciò che sono diventata: una persona che ha conosciuto molte sfumature dell’animo umano, che ha imparato a osservare, ad accogliere e, soprattutto, a vivere senza nascondersi.