Qualche tempo fa, richiamato da un rumore di foglie secche e sterpi spezzate, ho trovato un cinghiale in giardino. Un esemplare di 30-40 chili. Si infilava sotto le ramaglie, al limitare di un prato, presso il calto del torrente. Proseguiva lungo un percorso solitario e indolente che sapeva solo lui. Aveva una zampa strappata via e al suo posto si portava appresso uno sciame di mosche dal corrusco dorso ramato e un tanfo di cancrena insopportabile. Al mio avvicinarsi si è impietrito, nel silenzio eloquente della paura. Lo sciabordio dell'acqua, che risale dal boschetto di castagni che ne segue il corso, mormora suggerendo i pensieri, mentre la bestiola se ne sta lì, immobile e senza un lamento. Mi sembra quasi che si fonda nel sommesso ciangottare delle larve che gli rotolano fuori dalla piaga
Un colpo 243W sarebbe stata una soluzione pietosa per questa agonia. Purtroppo non esco in giardino imbracciando la carabina, non per il momento almeno, è illegale. Mi sarebbe poi toccato armeggiare di vanga per almeno mezza giornata. Di chiamare la forestale per farlo al posto mio ci ho anche pensato ma mi è subito sembrata un'idea cretina. Ammesso che fossero intervenuti preferisco evitarmi coinvolgimenti con organizzazioni mafiose. Di segnalarlo alle improbabili cure e adozioni degli animalisti anche peggio. Mi sarei ritrovato una banda di quei deliranti imbecilli nel mio territorio e forse, nella peggiore delle ipotesi, anche una menzione in un edificante articolo della cronaca locale. Un colpo troppo basso per il mio amor proprio.
Pochi secondi mi sono bastati per convincermi a lasciarlo proseguire in pace nella sua ricerca di un buco dove morire. Ho fatto dietrofront impegnando la mia coscienza con meditazioni sulla natura delle cose. come uno di quei preumanisti padovani, di cui non ricordo il nome, quando scoprì Lucrezio. Non era stata la maldestra fucilata di un bracconiere a ridurre così quella bestia. Probabilmente il dissenso di un suo fratello maggiore quando questo giovane adulto aveva pensato di scoparsi una delle troie del branco. Una reazione quantomeno esagerata per una sì legittima ambizione, la cui futilità costituirebbe un'aggravante in un processo, in cui vorrei essere parte civile, nel Tribunale Penale degli Ungulati.
Poi però ho pensato che mi piacerebbe anche indossare la toga dell'avvocato, per difendere il mio contumace cliente, argomentando che il diritto naturale si esercita con la violenza. senza il bisogno o la consolazione di comprendere le ragioni né delle prede né dei vinti. La missione redentrice o meglio, l'impianto accusatorio, di una Brambilla, o di qualche altra madonnetta infilzata, in questa osservazione partecipante alla Lewis Carroll non avrebbe convinto la corte. Oltre ovviamente a non trovarmi, qui e oggi, fra i suoi proseliti.
Neologismo del giorno: incivilizzato
p.s. Lupatus De Lupatis, ecco il nome che non ricordavo. Più che un nome una onomanzia.