Situazione moscia e deludente dopo tutto l'hype di inizio 2026 — nuove aperture, riaperture, novità annunciate con solennità, con l'entusiasmo di chi ha già incassato in anticipo. Poi il nulla per tutti. Un nulla particolare, quello della provincia profonda italiana, che non è assenza ma presenza di qualcosa di spento: luci accese su sale vuote, sale chiuse dietro due giri di chiave, musica là spenta o qua che gira per abitudine, non per necessità.
Sembra un brutto film di serie B girato in economia, con attori che non credono più al copione ma continuano a recitare perché non sanno fare altro. Ragazze sedute nei divanetti come suore senza fedeli. Clienti con la faccia di chi aspetta il proprio turno alla posta. Banconi apparecchiati come lapidi decorative.
Si continua ad andare, ma come chi ha perso la fede e continua ad andare in chiesa per abitudine.
Solo gli zingari — liberi da quella schiavitù della reputazione — sembrano navigare indifferenti al malumore generale, tronfi, senza aspettarsi né primavere né promesse dalla lappara.
Il resto è quella malinconia tipicamente padana, quella sensazione di aver scommesso su qualcosa che non è arrivato — e di doverci convivere sotto le stesse insegne al neon che tre mesi fa sembravano annunciare una rinascita.