Il solito penoso, fazioso articolo di una (pseudo) giornalista conformista. Sicuramente con simpatie proibizioniste, visto che a un certo punto non manca di ricordare che "se non ci fosse la domanda, non ci sarebbe neanche l’offerta" (capito politici che sedete in Parlamento? Adesso sapete di chi è la colpa e cosa dovete fare).
Questo articolo è uscito con molte fanfare, come se contenesse chissà quale scoop giornalistico.
Per esempio è stato annunciato su La7 dal quaquaraqua Beppe Severgnini, che è solo casualmente omonimo dell'autrice Chiara Severgnini, durante "Otto e mezzo", trasmissione condotta dalla insopportabile snob Lilli Gruber (anch'essa proibizionista)
Però, qualcosa di interessante c'è e ve lo segnalo.
Nel 2017, Segnavia [ente antitratta dei Padri Somaschi, con cui è stata fatta l'inchiesta] ha incontrato 690 donne. Circa il 60% ha chiesto aiuto di tipo sanitario o burocratico. Meno del 5% ha lasciato la strada. Esiste prostituzione senza sfruttamento? «C’è, ma il 90% delle ragazze che incontriamo sono sfruttate», risponde Escalante [responsabile dell'ente suddetto]
Quindi, anche se le ragazze si lasciano avvicinare da quelli dell'ente, e non hanno problemi a chiedere aiuto per cose pratiche (salute),
meno del 5% ha deciso di cambiare mestiere. E questo fra le stradali, che si dice siano le messe peggio per scarsità dei guadagni, livelli di costrizione e disagi nella condizione lavorativa, e benché venga loro concesso in via straordinaria un permesso di soggiorno e, presumo, dei corsi di addestramento ad un mestiere alternativo.
Non ci è dato poi di sapere come si arrivi alla conclusione che il 90% delle ragazze sono sfruttate.
Visito il Pronto Intervento, dove le vittime di tratta passano le prime settimane dopo aver lasciato la strada. A vegliare su di loro, oltre alle educatrici, c’è padre Ambrogio, fondatore della prima unità di strada di Fondazione Somaschi. Il Pronto Intervento impone una rottura forzata con la vita precedente delle ragazze, che non possono avere un telefono privato, né uscire da sole. «Alcune, all’inizio, la vivono come una prigione, benché siano qui per scelta», spiega Valeria Budau, educatrice
Non la vivono come una prigione: è una prigione.
In altre parole per allontanarle dalla prostituzione, dove ci sarebbe un pappone che le tiene prigioniere, vengono sottoposte a ...limitazioni della libertà dai loro salvatori.
Non è la prima volta che sento storie come questa. Qualche associazione di sex-worker denunciava come in alcuni paesi asiatici (Bangladesh, Thailandia), polizia e associazioni antitratta facessero irruzione nei bordelli e portassero le ragazze in centri di rieducazione dove, naturalmente per il loro bene e per salvarle dai papponi, venivano tenute contro la loro volontà come se fossero in prigione. Per poi avviarle ad un lavoro dignitoso .... come operaie nell'industria tessile. Moltissime ragazze
scappano dai centri di rieducazione dei loro salvatori.
È IL MONDO invisibile della prostituzione a porte chiuse, che approfondisco la mattina dopo con Carolina e Carmen Abbamonte, una tirocinante. Loro passano in rassegna i siti alla ricerca di annunci nuovi per poi contattare una per una le ragazze. Molte delle foto che accompagnano le inserzioni sono dozzinali, ma non mancano quelle di qualità professionale. Anche dietro a queste ultime si nasconde, però, una vita ben poco patinata. «A volte penso che le ragazze in appartamento sono persino più sfruttate di quelle in strada: spesso lavorano giorno e notte», commenta Carolina
Le loft quindi sono più sfruttate delle stradali. Infatti a quanto pare nemmeno una si è lasciata convincere dall'associazione anti-tratta a cambiare mestiere.
Un consiglio alla pseudo-giornalista: vuole sapere qualcosa sulle puttane? Lo vada a chiedere alle dirette interessate: le puttane stesse. Non alle associazioni anti-tratta. Che esistono solo se si crede che esista la tratta.