da un racconto... e' forse dispersivo per un forum
La cosa più bella dell’essere una troia è che puoi dimenticarti le buone maniere che hanno cercato di insegnarti per tutta la vita. Grazie, prego, per favore, scusi. Fottimi ora. “Ora” è diventato relativo. Ora che sono sepolta in questo cimitero di merda, per esempio, con l’erba che puzza di tabacco e formaldeide, con l’acqua che sa di piscio caldo, nessuno viene più a dirmi niente. Niente “apri quelle cosce”. Niente di niente. Neanche “sfilati il reggiseno, lentamente”, come la raccomandazione che si fa ad una bambina. In effetti, non sono mai stata la bambina di qualcuno. Nessuno porta fiori. I bambini del quartiere vengono a sedersi su di me e disegnano sulla mia foto i baffi che per anni mi sono fatta togliere dall’estetista. E’ ironico. Ti sforzi di essere perfetta, ma bastano due teppisti per mandare a farsi fottere una vita di accorgimenti estetici. Di raffinatissime brasiliane e depilazioni permanenti alle ascelle. Questi baffi non vanno via. Probabilmente perché, come dicevo prima, sono morta.
Sulla mia tomba c’è la “S” del mio nome. Sta per “sgualdrina”, sta per “stronza”, sta per “si salvi chi può sta arrivando quella brutta troia”. Ve lo dirò in tutta onestà, giusto perché non ci rimaniate male anche voi. E’ un’anticipazione degna di nota: essere morti è una bella merda. Già, proprio una bella merda. Io sono abituata al clima temperato del mediterraneo, ché sennò mi si rovina la pelle. Ecco, da morta la pelle non ce l’ho più. Capite il dramma? Credevo che morendo sarei diventata molto più saggia, che avrei visto una luce bianca, che il padreterno mi avrebbe redenta e che avrei cantato in un coro gospel vestita di sole noci di cocco e gonnellino hawaiano. Stronzate. Funziona più o meno così: morire è come quando ti si spegne il computer e non hai salvato i tuoi file. Capite il dramma? Un minuto ci sei, e scrivi un grande romanzo epistolare pieno di subordinate, il minuto dopo qualcuno ti ficca un vestito da educanda, ti trucca come una bagascia di periferia e apre la bara a chiunque voglia baciarti la bocca. Fredda come una fica sul marciapiede d’inverno. Sei fredda, e senti sempre freddo. Da viva pensavo che i morti avessero tutta una serie di privilegi, come spiare gli uomini nudi sotto la doccia. Ora che sono morta posso darvi una notizia in anteprima: è tutto una noia mortale.
Quand’ero viva mi chiamavano Elena di Troia. Non è il mio vero nome. Sono morta, ma non sono scema. Quando entravo in aula i miei studenti facevano: “ecco, è arrivata la Troia”. Nome comune di cosa, e non nome proprio di persona. Sono morta, ma so ancora scegliermi uno pseudonimo da sola, grazie mille. La prima volta che uno studente me l’ha detto in faccia è stato quando con una mano mi stringeva una tetta e con l’altra mi ficcava la lingua nella passera: “lo dicono tutti che sei una troia”. Io ero troppo impegnata a godere per capire che cosa volesse dire. Ora lo so. Sono morta, ma so ancora imparare una lezione.
Di lezioni ne avevo tenute praticamente per tutta la vita. In aule grandi, in aule piccole, in aule buie, con le perle che mi penzolavano sul collo. Il rettore diceva sempre che la professoressa Elena di Troia era “brava ma furba”. Non voglio giocarmi da morta la carta del sessimo, ma insegnare in un’università di fama mondiale piena di vecchi, zoccole e nepotismo richiedeva un certo ammontare di palle. Ho sempre dovuto compensare con qualcos’altro. So che può sembrare assurdo ma sono stata una delle poche insegnanti della mia facoltà ad essere lì per merito. Non ero amica del rettore, anche se come tutti sapevo della sua fissazione per il sesso anale. A volte sentivi odore di marron glace quando entravi nel suo studio, e sapevi. Sapevi che qualcuno avrebbe ottenuto una promozione. La ragazza che faceva le pulizie o il fattorino. Il buco del culo non fa poi così tanti complimenti. A me il culo non serviva. Ero brava, e basta. Fottutamente brava, un genio. Sono morta, ma non sono mai stata modesta.
A letto con gli studenti o con i colleghi non ci andavo per opportunismo. Che banalità. L’ho fatto perché mi piaceva. Il sesso, mi piaceva. Li guardavo tutti in fila, al primo banco, alti un metro e novanta, con le braccia grandi e le palle piene. Mentre giravo le mie diapositive e illustravo i grafici ricavati da formule matematiche mediamente complesse, sognavo di stringerle e prenderle in bocca. Di farli implorare per una leccata un po’ più su. Hanno implorato tutti. Mi sono inginocchiata e l’ho preso fino in fondo, facendo attenzione ai denti, con la lingua impazzita, le mani perfettamente curate, un rivolo di bava che mi macchiava le scarpe, le ginocchia che mi facevano male e lo sperma che mi schizzava il gola.
Non è così che sono morta. Non mi è venuta una di quelle piaghe che si prendono i froci nei libri stracciapalle sulla New York degli anni ottanta. Sono morta in una maniera veramente scema. Ancor più scema di quella volta in cui sono andata alla festa di laurea del mio assistente e gli ho scritto sul BlackBerry “Auguri. Non indosso le mutandine” e lui ha voluto controllare di persona durante il brindisi. Mentivo spesso, ma quella volta ero stata onesta: le mutandine non le avevo messe per davvero.
Insomma, mi piace pensare che così come io sia morta in una maniera stupida, lo abbiano fatto altri grandi geni del passato: chi si è fatto ammazzare dalla poliomielite, chi a duello, chi steso da un tram. Non hanno certo brillato in originalità. Attori di overdose, cantanti in motocicletta, sportivi di un qualche tumore preso per non aver letto le controindicazioni sulla scatola degli steroidi. Io sono morta di parto. Fa ridere, no? Io, Elena di Troia, farcita come un tacchino il Giorno del Ringraziamento, incinta e morta di parto.
Si dice che dietro ogni grande uomo ci sia una grande donna. Io l’uomo me lo ero scelto piccolo, perché era più facile da gestire e perché non si dicesse troppo in giro che avevo i costumi facili. Me lo ero scelto con la faccia di un mafioso russo, il pisello di un negro e il cervello di un ingegnere. E non fate quelle facce, posso dire “negro”, tanto sono morta e non devo più essere politicamente corretta. Insomma, mi sono scelta questo Dimitri, un ingegnere buono con gli occhi azzurri. Dopo due anni Dimitri ha avuto la bizzarra idea di volere un figlio da me. Le mie uova stavano per scadere, e quindi ho detto di sì. Sono morta, non ho più problemi a dire che avevo una certa età.
Dimitri mi amava veramente, per questo non si è mai accorto di tutti gli uomini con cui l’ho tradito. Se anche voi siete uomini lo saprete sicuramente meglio di me: non c’è niente per voi peggiore dell’innamoramento. Perdete ogni spina dorsale, il volante della vostra dignità sterza bruscamente, cosa non sareste disposti a fare per un croccantino buttato nella ciotola della vostra devozione. Dimitri amava una parte di me. Quella finta borghese che dovevo mantenere per darmi un tono e fare carriera. Provateci voi ad andare nelle grandi aziende a dire a persone con il doppio dei vostri anni che stanno buttando un sacco di soldi giù per il cesso. Provateci voi ad andare dai grandi dirigenti, con questa faccia e con queste tette, con queste gambe e questi capelli lunghi e neri e le labbra perfette e carnose e gli zigomi scolpiti, a bocciare interi piani quadriennali. Ci vuole una certa facciata da professionista rispettata. Dimitri era la mia facciata. La nostra casa con due gatti nella triste provincia dagli steccati color salmone. Dimitri era la mia facciata color salmone.
Ci abbiamo provato per un anno, io e Dimitri, ad avere un bambino. E’ venuto fuori che lui era sterile. Ve lo immaginate? Tutto quel cazzo che spara a salve. Dimitri ha pianto fuori dalla clinica della fertilità. Una volta a casa mi sono chiusa nel bagno, ho aperto tutti i rubinetti perché nessuno mi sentisse e mi sono fatta una bella risata Sono morta, ma so ancora che cosa vuol dire essere crudele, grazie mille. Dimitri non smetteva di piangere. Immaginai che fosse per quel superliquidator che si trovava in mezzo alle gambe. Ad essere esatti (non vorrei mancare di rispetto a qualcuno solo perché sono morta) io ero fertile come merda di cavallo, per questo il dottore ci disse che un coito su mille di Dimitri avrebbe potuto funzionare. Inutile dire che Dimitri iniziò a scoparmi senza sosta. E più mi riempiva, più io mi sentivo vuota. Aride e sterile, proprio come lui, che piangeva anche quando mi scopava. Ogni spruzzo dentro di me gli ricordava che anche se aveva un uccello che poteva arrivarmi dritto allo stomaco passando per le ovaie, non sarebbe mai stato abbastanza per me.
Vi ricordate quando vi ho detto che ero fertile “come merda di cavallo”? Ecco. Combinate questo con il fatto che mi sono presa una cotta per il mio assistente. Quello povero e con i genitori poveri e bigotti. Quello giovane, con tredici anni meno di me e una rara abilità nel farmi godere. L’Assistente poteva sbattermi per ore senza stancarsi mai e sebbene in metratura non potesse eguagliare lo shuttle di Dimitri, non ci mise molto a diventare sciocco come lui. Si presentava fuori dal mio ufficio chiedendo di entrare. Nella mia vagina, ovviamente. Io non gli ho mai detto di no. Solo ora mi rendo conto di quanto sia stata patetica. Ero diventata una cretina. Una “di quelle”. Di quelle che si fanno l’amante.
Un giorno l’Assistente mi ha detto: “Ti amo” ed io gli ho riso in faccia. Ho creduto fosse divertente. Patetico, ma divertente. Lui ha risposto dandomi un pugno in pieno viso. “Ti amo anch’io” allora ho risposto. E lì ci siamo abbracciati.
Ridicolo, non trovate? Quando ho cercato di lasciarlo perché ho scoperto che mi stava tradendo con un troia moldava, lui me le ha date di santa ragione. Mi ha detto che non sarei andata da nessuna parte, che ero “sua”. Ho detto a tutti che sono caduta. Nessuno mi ha creduta. Non ho più provato a lasciare l’Assistente. E non perché avessi paura di lui, ma perché lo amavo. Una sera sono tornata a casa e ho lasciato Dimitri. Lui ha dormito sul divano e io nel letto dell’Assistente, come una gatta in calore, con un labbro viola e la faccia gonfia e con i tacchi vicino al cuscino. Fra le lenzuola mi ha chiesto scusa, mi ha detto che non sarebbe mai più successo e che mi amava. Ed io gli ho detto che non sarei più andata via.
Due giorni dopo ho vomitato nel cesso dell’università. E la mattina seguente nel gabinetto di una stazione di servizio. Il terzo giorno fatto la pipì sopra un bastoncino elettronico. Ero incinta. Dentro di me sapevo che il figlio non poteva essere di Dimitri. Una sola possibilità su mille. Ma speravo venisse fuori con gli occhi azzurri e biondo, e non nero e con gli occhi scuri come il mio Assistente. Ci sono andata comunque a dire all’Assistente che ero incinta. Lui mi ha guardata con disprezzo. Ha detto che era il giorno più felice della sua vita, ma non ci credeva nessuno dei due. Di sicuro non era il giorno più felice della mia. A Dimitri non ho detto niente. Ogni tanto uscivo dal letto dell’Assistente e guidavo fino alla periferia di Dimitri. Avevo ancora le chiavi della staccionata color salmone e lui non aveva cambiato la serratura. Entravo come una ladra e mi mettevo nel suo letto. Lui non si muoveva, ed io restavo a dormire lì. Ma tornavo sempre a casa, e ogni volta, all’alba, sapevo di dover inventare una nuova scusa per il giorno dopo: sono scivolata nella doccia, ho chiuso per sbaglio la mano nella portiera della macchina. Ad un certo punto hanno tutti smesso di chiedere.
E’ lì che mi sono sentita veramente abbandonata. Anche Dimitri mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “Smettila di entrare in casa mia”. Non ho avuto il coraggio di dirgli che il figlio era suo. Neanche il giorno in cui sono andata in ospedale perché ero di nuovo “caduta dalle scale”. Il dottore mi ha detto che non c’era niente da fare, che dovevano operarmi subito e tirare fuori il bambino. Queste cose succedono sempre alle donne più belle, a quelle più rispettate, a quelle più potenti. Nessuno avrebbe mai immaginato che un uomo, un uomo qualsiasi, uno squilibrato di poco conto, mi avrebbe picchiata fino a farmi perdere un bambino. L’Assistente mi ha stretto la mano fino alla sala operatoria. La stringeva così forte. Mi ha dato un bacio prima di lasciarmi andare con i dottori e all’orecchio mi ha sussurrato le parole più dolci che io abbia mai sentito: “Se lo dici a qualcuno, ti ammazzo”.
Il dottore mi ha detto che era un maschietto. E’ questa l’ultima cosa che mi ricordo. “E’ un maschio”. Poi, come vi ho già raccontato, tutta quella storia del buio e del freddo. E’ ironico, però, non trovate? E’ stato “un maschio”, mio figlio, a farmi morire. Per tutta la vita ho cercato di non farmi sorpassare dagli uomini, di mostrarmi più brava di loro, più furba di loro, di sfruttare le loro debolezze e i loro capezzoli a mio vantaggio. Eppure è bastato uno solo di loro a fottermi. A fottermi fino a farmi morire, su questa tomba, come una puttana.