Ognuno di noi fa le sue esperienze. Da esse perviene un sapere, che è diverso da quello delle nozioni acquisite, degli studi fatti, dei libri letti, ma deve necessariamente integrarsi, perché si formi il bagaglio della nostra cultura personale.
Il sapere non è abbastanza, come non lo sono le sole esperienze. Lo stesso vale per le informazioni. Non ci deve poter bastare informarci, per dire che sappiamo. Ci è indispensabile, oggi più che mai, nel tempo di un’informazione sempre più socializzata, raccogliere il maggior numero di informazioni. Che poi misceleremo con il sapere accumulato negli anni, con le esperienze vissute o acquisite. E forse, senza nemmeno una certezza assoluta, potremo disporre dell’embrione di un pensiero su cui fare affidamento.
Senza questo continuo e faticoso processo, il rischio è quello di limitarsi alla visione superficiale dei fenomeni, andando a costruire le nostre convinzioni sui modelli che ci propongono altri, generalmente interessati a vario titolo.
Sicché troppo spesso, cadiamo nell’errore di generalizzare, accontentandoci di accettare lo stereotipo di tipo A o di tipo B, che più ci conviene o meglio si allinea al nostro pensiero.
Ciò che sta accadendo sul fenomeno migrazione, più o meno rispecchia questo modo affrettato di aggregarci ad un pensiero, scartando le altre opzioni.
Abbiamo da tempo ormai solo due schieramenti opposti, che perseguono i loro obbiettivi, chi con freddo e determinato cinismo, chi con apparente disponibilità all'aspetto umanitario del problema. Entrambi senza però la capacità di andare all'origine, per risolverlo. O forse, semplicemente, perchè risolverlo, non conviene a nessuno.
Così c'è chi si è convinto non muoiano di fame, ma siano avventurieri in cerca di fortuna, perlopiù palestrati con lo smartphone, in perfetta salute, che migrano solo per cercare un benessere maggiore di quello che potrebbero avere nei loro paesi, senza peraltro faticare più di tanto.
Sull’opposta riva di pensiero, i migranti sono tutti solo vittime, che scappano da guerre o miserie e vanno accolti, perché è giusto così.
Su queste due opposte visioni del fenomeno, hanno costruito le loro fortune cinici politici e spregiudicati speculatori, dall’una e dall’altra parte.
Io credo che su ogni sacrosanto barcone che prende il largo verso un incerto viaggio ci sia una donna che farà la prostituta per mandare soldi alla famiglia, partita con le lacrime agli occhi e l'anima a pezzi. Accanto a lei è seduto un bambino segnato per sempre dalla sofferenza, dalle bombe e dalla morte di un padre o di un fratello. Quel bambino farà tutto il viaggio accanto a un criminale evaso, o fatto evadere, e a un terrorista. Che a loro volta stanno gomito a gomito con un uomo o una donna disperati, che hanno perso tutto e non gli importa nemmeno di rischiare di morire in una notte di burrasca, piuttosto che ritornare agli orrori che hanno negli occhi e nell’anima. E quell’uomo e quella donna, stanno attraversando quel mare buio e pericoloso, accanto a uno dei tanti avventurieri palestrati che pretenderanno solo diritti, sim e wifi libero, che probabilmente delinqueranno per fare soldi facili. Che a loro volta attraversano il mare accanto a un giovane, anch’egli dotato di buoni muscoli, ma che invece finirà a raccogliere pomodori, sedici ore al giorno, sotto il sole, per due euro all’ora, in nero, senza diritti e senza dignità. E forse, senza mai raggiungere il sogno che lo aveva fatto salire sulla barca della speranza.
Su ogni barcone c’è inevitabilmente uno di tutti. Ma noi, per comodità, abbiamo accettato di non volerli più riconoscere, identificare, separare.
Già, molto più facile e sbrigativo, per certa politica e per certa informazione, convincere che se hai lo smartphone vuol dire che tanto male non stai. In questo modo avrai individuato il nemico delle nostre crisi, del nostro benessere che si estingue. Potrai dare la colpa a qualcuno e salire nei consensi, al grido “la pacchia è finita”.
Sul versante opposto, fa peraltro molto comodo, sostenere la necessità di accoglienza e integrazione di tutti, senza verifiche e senza distinzioni tra le vittime e glii approfittatori. Così possano passare inosservati i business sporchi, che stanno alle spalle dell’immigrazione e le speculazioni sulla solidarietà. Che è sempre sulle spalle di altri poveri disgraziati, che stanchi di non poter più garantire un futuro ai loro figli, inizieranno a individuare un nemico. Pazienza se non è quello che ti ha causato realmente la perdita del benessere.
Purtroppo ci stiamo abituando a prendere per buona l’una o l’altra tesi. Senza più aver tempo ne voglia di non confondere il palestrato migrante che si piazza con furbizia sulle spalle dello stato che accoglie, palesando lo smartphone senza vergogna, con la mamma che si umilia prostituendosi e che invece usa la tecnologia solo per vedere la foto di suo figlio che cresce lontano da lei.
Per dei veri delinquenti che un fenomeno così massiccio si trascina inevitabilmente dietro, rischiamo di non provare più affetto, comprensione e amore per le vere vittime.
Noi, sì soprattutto noi italiani, che abbiamo l’immigrazione nel dna, nel nostro sangue, nei cassetti delle foto di famiglia ingiallite dal tempo e dal sudore di molti nostri antenati migranti, abbiamo una sola via d’uscita. Smettere di schierarci da una parte o dall’altra, riprendendoci la nostra capacità di pensiero libero. La capacità di riconoscere le vittime dagli impostori e approfittatori.
Perché poi, una volta fatto questo passaggio, inizia la parte più difficile. Comprendere perché succede tutto questo e identificare i veri carnefici. Che alle spalle di questa guerra tra poveri del terzo millennio, stanno facendo affari d’oro.