Il 28 e il 29 settembre del 1918 si tenne a Budapest il V Congresso Internazionale di Psicoanalisi. Si era vicini alla fine delle ostilità della Grande Guerra e molti degli interventi dei clinici invitati al Congresso furono incentrati sulla relazione tra il conflitto mondiale e il trauma psichico. Fu un evento a suo modo straordinario nell’ambito della storia della psicoanalisi, perché la pervasività della dimensione collettiva del trauma relativo alla guerra impose che un trattamento fino a quel momento piuttosto elettivo e riservato ad un certo tipo di pazienti si rivolgesse con i propri strumenti di analisi e di intervento a un evento che stava coinvolgendo l’umanità intera. Si vide, ad esempio, che molti soldati che erano stati al fronte, al ritorno presentavano sintomi neurologici e psichiatrici severi, anche se non erano stati in prima persona coinvolti in episodi di battaglia particolarmente drammatici. Quel volgere lo sguardo della analisi clinica ad un evento collettivo in grado di sconvolgere in maniera profonda e duratura la vita di moltissime persone, è stato il primo passo dello sviluppo di tutte quelle teorizzazioni che si sono occupate dell’esposizione psichica a grandi eventi stressanti e che negli ultimi anni ha portato alla definizione, costantemente aggiornata, dei criteri che definiscono il Disturbo Post-Traumatico da Stress.
Si legge da più parti, e a ragione, che non è opportuno utilizzare per l’epidemia da Coronavirus metafore belliche. Fin troppo evidente che ci siano sostanziali differenze che delimitano e marcano i rispettivi confini.
D’altra parte è vero che, nel mondo occidentale, nessuna crisi ha sconvolto in modo così repentino e sostanziale gli assetti del vivere. E lo ha fatto non a partire da una cosa tangibile (come altri grandi stress che possono coinvolgere una vasta popolazione di individui, ad esempio le catastrofi ambientali naturali), ma da un invisibile agente mortale, la cui diffusione è stata, ed in parte è tuttora, così difficile da monitorare e prevedere.
Abbiamo attraversato tutti gli stadi dell’esposizione a un evento gravemente stressante. Dalla negazione (è una banale influenza), allo stupore, al terrore, all’ottimismo (con i canti dal balcone e gli arcobaleni con le scritte), fino a forme più o meno complesse di abituazione.
Sicuramente, dal punto di vista psicologico, siamo stati e siamo sottoposti a una pressione di cui è ancora difficile scoprire i contorni.
Certo è che, più o meno consapevolmente, il virus ha mobilitato sentimenti di angoscia, che è proprio la dimensione che si attiva quando è difficile dare un nome ad un cambiamento drammatico che scompagina le nostre vite.
Ne abbiamo visto gli effetti, ad esempio, con la polarizzazione dell’attribuzione di significato a determinate azioni, come l’uscire di casa: si sono attivati i più elementari processi di controllo, accusa, discredito, odio verso i supposti trasgressori della morale collettiva, perché se è vero che in momenti di crisi c’è un grande bisogno di sentirsi comunità, è anche vero che quel sentimento necessita dell’adesione ad un mitologema preciso che, se nasce dalla paura, continua ad essere nutrito dalla paura ed è quindi così fragile da trattenere in un orizzonte razionale.
Dalla stessa matrice sono nate le ipotesi complottiste che indicano il virus come prodotto di laboratorio per controllare la popolazione, l’Italia messa in quarantena per volontà degli altri Stati interessati a farne crollare l’economia, fino al legame di causalità diretta fra la pandemia e la tecnologia 5G.
Wilfred Bion diceva che “la ragione è schiava dell’emozione ed esiste per razionalizzare l’esperienza emotiva”. La pandemia del coronavirus è nata e si è diffusa improvvisamente, in modo incontrollato, rivelando la fragilità del nostro sistema sanitario e le ancora limitate capacità della società di intervenire tempestivamente per contrastarla.
Per tutto questo, è importante offrire all’interpretazione di questo grande evento collettivo un respiro più lungo.
Per un po’ di tempo siamo stati nell’immaginario di stare giocando una partita capitale, insomma di confrontarci con quegli eventi che hanno un’inizio tonante, un clima che necessita di concentrazione, sforzo e resistenza, e poi la fine. Invece il copione è cambiato in corsa: un po' come in una serie televisiva, in cui il colpo di scena non è mai definitivo perché ci sono molte stagioni ancora e molte puntate da popolare, ora noi siamo nell'era di mezzo tra l’esplosione dell’emergenza e una conclusione che probabilmente non sarà marcata da un boato, ma da lenti, altalenanti aggiustamenti, in cui il virus accompagnerà la costruzione di un nuovo scenario di vita, con dinamiche esistenziali (politiche, sociali, affettive, di lavoro) che stiamo vedendo abbozzarsi senza poterci mettere alla distanza sufficiente per averne un quadro d’insieme.
Il mondo che verrà è il mondo che sta accadendo. Passo dopo passo.